Un progetto, quello di Max Cavallari, che per volere della stessa vita, del suo travolgerci e stravolgerci, assume un significato ancora più intenso e una forza ancor più marcata proprio per la sua incompletezza.

La scomparsa di Lionella, infatti, col fare beffardo della sua stessa malattia, ha impedito all’artista di procedere nella documentazione dei processi e progressi dell’Alzheimer e ha prodotto nel fruitore dell’opera quella condizione di spaesamento propria della sindrome visivamente narrata.

Il lavoro foto/audio qui proposto, è caratterizzato dal tono di voce squillante di Lionella, in ossimoro con le inflessioni d’accento della figlia, stanca eppure energica, disposta ad un nuovo e misterioso incontro con i giorni a venire della madre. La fragorosa risata di Antonella, spontanea e coinvolgente, è appunto testimonianza non di rassegnazione, piuttosto di accettazione di un presente nel quale i ruoli si invertono, e da accudita dovrà essere accudente.

Le immagini, nel loro susseguirsi lento, accompagnate da una musica che ha il potere di calmare e inquietare al contempo, sono vivide sino al termine del progetto, quando una leggera foschia sfuma una foto di famiglia, metafora del venir meno di punti fissi e del moltiplicarsi di quelli interrogativi. 


“Dove sei?”, pare il mantra del lavoro di Cavallari, perché questa è la domanda ripetuta di sua nonna e questo è anche quanto si chiede chi la circonda, pensando a lei, forse ad eccezione della cagnolina, fedele compagna a cui basta che la padrona ci sia e i cui occhi, a bucare la scena per tutto il secondo minuto di “Day 1”, paiono un ammonimento all’umano che la osserva da oltre lo schermo, perché ad oggi non è ancora stato in grado di dare degne risposte sociali sia per l’accudimento di chi è affetto dalla sindrome d’Alzheimer, sia per il sostegno psicologico e morale a coloro che gravitano attorno al malato.

Se il dolore spesso divide, la malattia spesso si teme.  Eppure questo non accade per “Day 1”, progetto in cui, pur senza far perdere di dignità al paziente, viene mostrato e detto allo spettatore anche quanto sarebbe più facile e popolare nascondere, fingendo un’ipocrita rispetto del pudore, laddove l’esigenza, la motivazione stessa della nascita del lavoro era quella di mostrare la fragilità della condizione a cui la malattia conduce, e la necessità di un’assistenza costante e morbida.

E’ attraverso i simboli che Max Cavallari ci porta a riflettere scevro di qualunque fastidiosa retorica. L’orologio ad indicare un tempo andato ed un altro indefinito ad arrivare, la fede ad eco di legami indissolubili ed eterni, le protesi e gli ausili, assieme con i contenitori delle pastiglie, a trasmettere speranza: nella scienza e nella vicinanza di cui si è stati capaci, ma in cui occorre impegnarsi di più.

 

Paola Vailati

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