Ventimiglia, maggio 2015, i telegiornali parlano di un grande gruppo di migranti, provenienti principalmente dalla Siria e dall’Etiopia che dopo il deserto, il mar mediterraneo e vari centri di accoglienza temporanea (CPT) in Italia, hanno raggiunto la stazione dei treni della cittadella al confine con la Francia e sono rimasti bloccati alla dogana tra Ventimiglia e Menton.

Il governo Francese ha dettato il divieto di passaggio di qualsiasi presunto profugo e questi, di risposta, si sono organizzati creando un presidio permanente sugli scogli a pochi metri dal confine. “WE DON’T GOING BACK” è diventato l’inno della protesta.

Decido di partire due giorni dopo, giusto il tempo di farmi dare qualche indicazione da alcuni giornalisti presenti sul territorio in quei giorni.

Parto con l’idea di restare il tempo che serve per cercare una storia che vada oltre le fotografie di “breaking news” e mi prometto di resistere alla tentazione di cercare quell’immagine facile ma insipida di ragazzi sugli scogli, allo stremo delle forze, che piace tanto all’informazione quotidiana.

Un collega del quotidiano Repubblica, giornale nazionale italiano, mi ha passato il contatto di un certo Enzo Barnabà, scrittore residente in un piccolo borgo appena sopra Ventimiglia. Mai avrei pensato all’inizio che sarebbe stato proprio lui la mia storia.

Enzo si presenta già dalle mail estremamente disponibile a qualsiasi mia richiesta. Mi dice di chiamarlo non appena fossi arrivato al confine tra Ventimiglia e Menton.

Quando arrivo, lo scenario che ho di fronte è simile a un accampamento di terremotati, con l’aggiunta che è strutturato lungo tutta la scogliera fino a pochi metri dalla dogana. L’inquietudine della condizione in cui vivono quasi 200 persone da una settimana è pari allo stupore con cui queste stesse persone si siano organizzate autonomamente in un ambiente così avverso.

Enzo arriva qualche minuto dopo, è un uomo sulla settantina, ma con il corpo e gli occhi di chi non si è ancora stancato di scoprire il mondo.

Ci diamo appuntamento il giorno dopo nello stesso posto. Dice che mi avrebbe portato a vedere il “Sentiero della Morte”, una stradina in mezzo alle montagne che parte da Ventimiglia e arriva a Menton senza passare dalle dogane.

Il giorno dopo, mentre iniziamo la camminata, mi racconta che questo passaggio ha avuto un valore storico molto importante. Durante la seconda guerra mondiale, quando erano gli italiani (Ebrei e partigiani) i perseguitati che dovevano scappare dal regime fascista, la Francia aveva chiuso il passaggio ai non autorizzati. L’unica via di Salvezza era questa strada, estremamente pericolosa e angusta, dove hanno trovato la morte molte persone, precipitando dai burroni dei sentieri non segnalati. La leggenda narra che lo stesso Sandro Pertini (presidente della repubblica 1978-1985) utilizzò questo sentiero durante la guerra.

Mentre camminiamo, ad ogni bivio Enzo stacca un nastro bianco e rosso che serve a segnalare il percorso da seguire e ne annoda uno nuovo. Dice di far questo ogni settimana perché il sentiero sbagliato può portare in zone molto pericolose e con il bosco fitto, sarebbe inutile ogni richiesta di aiuto.

Il sentiero si divide più volte e si fa più ripido mentre cerchiamo il confine tra le montagne. Dopo poco più di un’ora di camminata arriviamo a quel muro che fu innalzato durante la guerra, una grande rete di filo spinato, ormai arruginita dagli anni, alta più di cinque metri e lunga tutto il crinale, giù fino alla costa.

Mentre attraversiamo un grosso buco nella rete e ci ritroviamo in territorio francese Enzo continua con il suo racconto. Questo passaggio, che fu la via di salvezza per gli italiani durante la guerra, ritorna ad essere un simbolo di speranza per i migranti bloccati al confine. L’unica possibilità di arrivare in Francia è rischiare passando da qui.

Solo in quel momento capisco quanto possa essere importante la figura di Enzo in questa storia. Quest’uomo, più o meno consapevolmente, aiuta in modo indiretto i profughi a dargli una speranza per continuare il loro viaggio, tenendo costantemente pulito e segnalato il sentiero per arrivare in Francia. Enzo giustifica questo suo comportamento affermando che lo fa solo per mantenere il valore storico che il passaggio ha per la storia italiana, ma allo stesso tempo sta dando nuova vita a una via di speranza.

Possiamo definirlo un aiutante invisibile in questa storia piena di accordi politici e strette di mano che ignorano i diritti umani e si coprono occhi e orecchie davanti all’evidenza di un problema che nessuno vuole affrontare.

Le critiche di Enzo alla condizione che stanno passando queste duecento persone sulla costa non si risparmiano per tutta la discesa.

Arrivati alla fine del percorso è ormai sera, la moglie di Enzo ci aspetta alla fine del percorso con la macchina, arriviamo al confine in sette minuti netti. Lì ci aspettano i ragazzi del presidio che ci invitano a cenare con loro sugli scogli: Eritrei, Siriani, Etiopi, Italiani, Francesi, volontari della croce rossa francese e gente comune, siamo tutti lì, tra gli scogli e le tende sistemate per ripararsi dal sole della prima estate, condividendo il cibo e le storie di ognuno di loro, che altro non vogliono fare che trovare uno spazio nel mondo. Lontano da quella che una volta chiamavano casa e ora è solo un ammasso di macerie.